10/9/2026

Quanto costa un avvocato? I parametri forensi del D.M. 147/2022 spiegati

Quanto costa rivolgersi a un avvocato? È probabilmente una delle prime domande che ci si pone quando nasce un problema legale. Ed è anche una di quelle a cui è più difficile dare una risposta valida per tutti.

Una consulenza può costare qualche centinaio di euro, mentre l’assistenza per una controversia complessa può arrivare a diverse migliaia. Molto dipende dal tipo di problema, dal valore della questione, dalla sua complessità e dal lavoro necessario per affrontarla.

Esiste però un sistema pubblico di riferimento che permette di attribuire un valore economico alle diverse attività svolte dagli avvocati. Si tratta dei cosiddetti parametri forensi, disciplinati dal D.M. 55/2014 e aggiornati dal D.M. 13 agosto 2022, n. 147.

Attenzione, però, non si tratta di un listino prezzi e non significa che tutti gli avvocati debbano chiedere la stessa cifra.

Esiste un tariffario degli avvocati?

No. Oggi non esiste un tariffario obbligatorio che stabilisca quanto un avvocato debba chiedere per ogni singola prestazione.

Il compenso può essere concordato tra professionista e cliente. La Legge 31 dicembre 2012, n. 247, che disciplina la professione forense, prevede inoltre che l’avvocato informi il cliente sul livello di complessità dell’incarico e sugli oneri ipotizzabili.

Questo significa che due professionisti chiamati a occuparsi dello stesso problema possono formulare preventivi differenti. Per capire perché, è importante distinguere il compenso concordato con il proprio avvocato dai parametri stabiliti dal Ministero della Giustizia.

Cosa sono i parametri forensi?

I parametri forensi sono valori economici di riferimento utilizzati per determinare il compenso relativo all’attività svolta da un avvocato. La disciplina è contenuta nel D.M. 10 marzo 2014, n. 55, successivamente modificato dal D.M. 13 agosto 2022, n. 147.

Il D.M. 147/2022, quindi, non stabilisce quanto deve costare un avvocato, ma aggiorna il sistema dei parametri utilizzato in determinate circostanze. Questi trovano applicazione, ad esempio, quando il compenso non è stato determinato in forma scritta, quando manca un accordo tra le parti oppure quando deve essere liquidato dal giudice.

Sono dunque un riferimento per quantificare il valore dell’attività professionale, non un prezzo obbligatorio da applicare al cliente.

Da cosa dipende il costo di un avvocato?

Non tutte le questioni legali richiedono lo stesso lavoro. Una consulenza su un contratto è diversa da una causa di separazione, così come inviare una lettera di diffida è molto diverso dal seguire un processo con testimoni, consulenze tecniche e numerose udienze.

I parametri tengono quindi conto di diversi elementi, tra cui il tipo di attività svolta, il valore e la complessità della controversia, la difficoltà delle questioni affrontate, l’urgenza e il lavoro effettivamente necessario.

Anche il valore economico della controversia è importante. Le tabelle ministeriali prevedono infatti diversi scaglioni. Nei giudizi ordinari davanti al Tribunale si passa, ad esempio, dallo scaglione fino a 1.100 euro a quelli compresi tra 1.100,01 e 5.200 euro, tra 5.200,01 e 26.000 euro, tra 26.000,01 e 52.000 euro e così via.

A ogni fascia corrispondono valori differenti.

Perché una causa viene divisa in diverse fasi?

Il sistema dei parametri non considera una causa come un’unica attività. In un normale giudizio civile davanti al Tribunale vengono individuate quattro principali fasi.

La fase di studio comprende l’analisi dei fatti, dei documenti e delle norme applicabili. La fase introduttiva riguarda le attività necessarie per iniziare il procedimento o costituirsi in giudizio. Segue la fase istruttoria e di trattazione, nella quale possono rientrare udienze, memorie, prove, testimoni e consulenze tecniche. Infine c’è la fase decisionale, che comprende le attività conclusive necessarie per arrivare alla decisione del giudice.

Questa distinzione aiuta a comprendere perché due controversie dello stesso valore possano comportare costi differenti. Non tutte le cause attraversano infatti le stesse fasi con la stessa intensità e complessità.

Facciamo un esempio concreto: una causa da 20.000 euro

Immaginiamo una controversia civile, magari una fattura che non ci è stata pagata del valore di 20.000 euro

Secondo le tabelle allegate al D.M. 147/2022, la controversia rientra nello scaglione compreso tra 5.200,01 e 26.000 euro.

Per questo scaglione il valore medio previsto è di 919 euro per la fase di studio, 777 euro per quella introduttiva, 1.680 euro per la fase istruttoria o di trattazione e 1.701 euro per quella decisionale.

Sommando tutte le fasi si arriva quindi a un valore parametrale medio di 5.077 euro.

Significa che un avvocato deve chiedere necessariamente 5.077 euro per una causa da 20.000 euro?

No.

Quella cifra rappresenta il risultato dell’applicazione dei valori medi della tabella a tutte e quattro le fasi. Non è il prezzo obbligatorio che il professionista deve proporre al proprio cliente.

Perché il compenso può essere diverso?

Perché il “valore economico” è solo uno dei capitoli della storia.

Pensiamo a due controversie entrambe da 20.000 euro. La prima potrebbe essere relativamente semplice e basarsi quasi esclusivamente su documenti. La seconda potrebbe richiedere numerosi testimoni, una consulenza tecnica, diverse udienze e l’analisi di questioni giuridiche particolarmente complesse.

Il valore della causa è identico, ma il lavoro necessario per seguirla è molto diverso.

Proprio per questo la normativa consente di tenere conto delle caratteristiche concrete dell’attività, della difficoltà della questione, della sua importanza e complessità e del lavoro effettivamente svolto dal professionista.

Il compenso dell’avvocato è l’unico costo?

Non necessariamente. Il compenso professionale non coincide sempre con il costo complessivo della pratica legale. E spesso di questo aspetto non se ne tiene conto.

L’articolo 2 del D.M. 55/2014 prevede, oltre al compenso e alle spese effettivamente sostenute, un rimborso delle spese forfettarie pari al 15% del compenso totale per la prestazione.

A seconda del caso possono poi aggiungersi gli oneri previdenziali e fiscali previsti dalla legge e le eventuali spese necessarie per il procedimento, come il contributo unificato, le notifiche o le consulenze tecniche.

Riprendendo il nostro esempio, applicando il 15% al valore parametrale medio di 5.077 euro si ottengono 761,55 euro di rimborso forfettario, per un totale di 5.838,55 euro prima degli eventuali ulteriori oneri e spese.

Anche in questo caso si tratta di un esempio utile a comprendere il funzionamento dei parametri, non del prezzo obbligatorio di una causa da 20.000 euro.

E se non si finisce in Tribunale?

Rivolgersi a un avvocato non significa necessariamente iniziare una causa. Infatti, una parte importante dell’attività legale avviene in ambito stragiudiziale, cioè senza avviare un procedimento davanti al giudice. Il professionista può essere incaricato di analizzare una situazione, fornire una consulenza, inviare una diffida, esaminare un contratto, gestire una trattativa con la controparte oppure cercare di raggiungere un accordo, tutto questo per evitare di finire in Tribunale.

Anche per queste attività il D.M. 55/2014 prevede specifici parametri.

Questo è un aspetto importante perché, in molte situazioni, l’intervento dell’avvocato serve proprio a capire se esista una soluzione che permetta di evitare il giudizio.

Chi paga l'avvocato se vinco la causa?

Un'altra domanda frequente è: "Se vinco, paga tutto la controparte?". Aimè, non sempre. Quando il giudice arriva alle conclusioni di una causa può condannare la parte soccombente, cioè chi perde, a rimborsare le spese processuali alla parte che vince. La liquidazione delle spese viene effettuata dal giudice sulla base dei criteri previsti dalla normativa.

Ma la somma liquidata dal giudice e il compenso concordato tra cliente e avvocato non sono necessariamente la stessa cosa. Sono infatti due rapporti distinti. Da una parte c'è il rapporto tra il cliente e il proprio avvocato, regolato dall'incarico professionale e dall'accordo sul compenso. Dall'altra c'è la decisione del giudice sulle spese processuali che una parte deve eventualmente rimborsare all'altra.

Vincere una causa, quindi, non significa automaticamente avere la certezza che ogni euro corrisposto al proprio professionista venga integralmente rimborsato dalla controparte.

Cosa succede se il compenso non era stato concordato?

Questa è proprio una delle situazioni nelle quali i parametri diventano particolarmente importanti. Se avvocato e cliente non hanno stabilito in anticipo quanto costerà l’attività svolta, questo non significa che il professionista possa decidere liberamente qualsiasi cifra. In assenza di un accordo, infatti, esistono dei criteri a cui fare riferimento per determinare il compenso.

L’articolo 13 della Legge 247/2012 prevede che possano essere utilizzati i parametri ministeriali quando il compenso non è stato concordato per iscritto, quando avvocato e cliente non riescono a trovare un accordo sulla cifra oppure quando è il giudice a dover stabilire l’importo dovuto.

In questi casi, quindi, i parametri servono a dare un valore economico al lavoro effettivamente svolto, tenendo conto del tipo di attività, della complessità e delle diverse fasi affrontate.

Concordare fin dall’inizio il compenso e chiarire quali attività comprende resta comunque il modo migliore per evitare dubbi o contestazioni successive.

Equo compenso e parametri forensi: qual è la differenza?

I parametri forensi sono valori di riferimento stabiliti dal Ministero della Giustizia per quantificare il lavoro svolto da un avvocato. Vengono utilizzati, ad esempio, quando avvocato e cliente non hanno concordato il compenso o quando è il giudice a dover determinare le spese legali.

L’equo compenso, invece, è un principio introdotto per garantire che, in determinati rapporti professionali, il compenso riconosciuto all’avvocato sia adeguato al lavoro svolto e non eccessivamente basso. La Legge 49/2023 utilizza proprio i parametri ministeriali come riferimento per valutare se il compenso sia equo.

In sintesi, i parametri servono a quantificare il valore dell’attività dell’avvocato mentre l’equo compenso serve, nei casi previsti dalla legge, a tutelare il professionista da compensi non adeguati. Questo non significa, però, che i parametri siano diventati un tariffario minimo obbligatorio per tutti i clienti.

Quindi, quanto costa davvero un avvocato?

Non esiste una cifra valida per tutti. Il costo dipende dal problema da affrontare, dal tipo di assistenza necessaria, dal valore e dalla complessità della questione, dalle attività da svolgere, dall’eventuale necessità di affrontare un giudizio e dall’accordo economico raggiunto con il professionista.

I parametri del D.M. 147/2022 permettono però di comprendere come viene attribuito un valore economico al lavoro dell’avvocato e rappresentano un importante riferimento nelle situazioni previste dalla legge. Per questo, quando si riceve un preventivo, la domanda da fare non è soltanto “quanto costa?”, ma anche “che cosa comprende questa cifra?”. Capire quali attività sono incluse, quali fasi potrebbero rendersi necessarie e quali ulteriori spese potrebbero aggiungersi consente di affrontare un problema legale con maggiore consapevolezza.

Hai un problema legale e non sai da dove iniziare?

Non tutte le questioni richiedono una causa e non tutte hanno lo stesso livello di complessità. Un primo confronto con un professionista può aiutare a comprendere quali strumenti siano disponibili, se esistano soluzioni stragiudiziali e quali possano essere i costi da affrontare.

Conoscere il percorso prima di intraprenderlo è il primo passo per prendere una decisione più consapevole.

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