Chi paga le spese legali se si perde una causa: martelletto del giudice su banconote in euro
9/10/2026

Chi paga le spese legali se si perde una causa?

Siamo tutti consapevoli che quando decidiamo di andare fino in fondo con una causa non si può mai essere sicuri al 100% di vincerla. Capire a chi spetta il pagamento delle spese legali nel caso di “sconfitta” e quali rischi economici si corrono in questo caso è fondamentale per muoversi con consapevolezza. 

La regola generale che vige è il “principio di soccombenza” ( art. 91 c.p.c. ), quindi chi perde rimborsa le spese a chi vince. Tuttavia, questo esito non è sempre scontato visto che il giudice può disporre  la compensazione totale o parziale delle spese. 

Vediamo meglio nel dettaglio.

Spese legali liquidate in sentenza: a chi spettano?

Come anticipato, nel nostro ordinamento giuridico  la regola cardine in materia di costi processuali è il “principio della soccombenza” (art. 91 del Codice di Procedura Civile) secondo il quale, in genere, la parte che perde la causa in tribunale deve pagare le spese legali di chi ha vinto.                                                                                                                                              

Infatti, quando il giudice emette la sentenza, condanna la parte soccombente (chi ha torto o ha visto respinte le proprie richieste) a rimborsare alla controparte vittoriosa tutte le spese sostenute per affrontare il giudizio.

Questo importo non comprende solo l'onorario dell'avvocato del “lato vincente”, ma include anche le cosiddette “spese vive” ovvero:

  • Il contributo unificato (la tassa per accedere alla giustizia).
  • I costi di notifica degli atti.
  • Le spese per consulenze tecniche d'ufficio (CTU) o perizie.
  • Eventuali indennità o piccole spese vive documentate.

L'obiettivo di questa regola è semplice ed è quella di evitare che la parte che ha ragione subisca un danno economico solo per aver fatto ricorso alla giustizia per tutelare i propri diritti.

A quanto ammontano queste spese?

La risposta è contenuta direttamente nella decisione del giudice, che stabilisce nero su bianco l'ammontare esatto che la parte che ha perso deve rimborsare.

Per calcolare questa cifra, il giudice non va a intuito, ma applica dei parametri ministeriali ben precisi. Vengono valutati:

  • Il valore economico della controversia.
  • La complessità e la difficoltà delle questioni trattate.
  • L'attività concretamente svolta dal difensore (numero di atti, udienze, ecc.).

Dunque chi perde una causa può trovarsi a sostenere due costi distinti: da una parte il compenso dovuto al proprio avvocato per l’attività svolta e dall’altra le spese legali della controparte nella misura stabilita dal giudice. In altre parole, la condanna alle spese non sostituisce la parcella del proprio legale, ma rappresenta un ulteriore importo che il soccombente può essere tenuto a pagare. Allo stesso modo, per chi vince la causa, la somma riconosciuta dal giudice potrebbe non coincidere necessariamente con quanto dovuto al proprio avvocato. Se, ad esempio, il cliente ha concordato con il legale un compenso di 5.000 euro e il giudice liquida a suo favore 3.500 euro di spese legali, la controparte sarà tenuta a rimborsare 3.500 euro, mentre il rapporto economico tra il cliente e il suo avvocato continuerà a essere regolato dall’accordo stipulato tra loro.
È importante precisare che, di norma, le spese liquidate dal giudice sono riconosciute alla parte che ha vinto la causa ma esiste un’eccezione, chiamata “distrazione delle spese”. In sostanza, l’avvocato può chiedere al giudice che le somme dovute dalla parte soccombente per spese e compensi vengano attribuite direttamente a lui, anziché al proprio cliente. La possibilità è prevista dall’art. 93 del Codice di procedura civile e riguarda il difensore che dichiara per esempio di avere anticipato le spese e di non avere ancora riscosso dal cliente i propri compensi.
Se il giudice accoglie la richiesta, nella sentenza dispone quindi che la parte che ha perso paghi quelle somme direttamente all’avvocato della parte vittoriosa. La “distrazione” consiste proprio in questo: il credito relativo alle spese processuali, che normalmente spetterebbe alla parte che ha vinto, viene attribuito al suo legale, che potrà richiederne direttamente il pagamento al soccombente.

‍Il rischio economico più grave per chi perde una causa: la lite temeraria.

Esiste però un'ulteriore conseguenza economica per chi perde una causa, ancora più gravosa, che è importante conoscere: la condanna per lite temeraria, prevista dall'art. 96 del Codice di procedura civile. 

Concretamente significa che se la parte sconfitta agisce o resiste in giudizio con mala fede o colpa grave, ad esempio sostenendo tesi palesemente infondate al solo scopo di perdere tempo, il giudice può condannarla, oltre al pagamento delle normali spese legali, anche al risarcimento dei danni provocati alla controparte o al pagamento di un'ulteriore somma determinata dal giudice nei casi previsti dalla legge. Rappresenta, di fatto, il costo economico peggiore derivante dalla sconfitta processuale.

L'eccezione: la compensazione delle spese

Come abbiamo visto la regola generale prevede che chi perde la causa debba rimborsare alla controparte le spese del processo. Non sempre, però, questo principio viene applicato integralmente. In determinate circostanze il giudice può decidere la cosiddetta compensazione delle spese, prevista dall'art. 92 del Codice di procedura civile. Ma cosa significa concretamente? Significa che, nonostante l'esito della causa, il giudice può stabilire che le spese processuali rimangano, in tutto o in parte, a carico di chi le ha sostenute.

Se la compensazione è totale, ciascuna parte sostiene le proprie spese e paga il proprio avvocato, senza avere diritto al rimborso da parte dell'altra. Questo può accadere anche quando una delle due parti ha sostanzialmente vinto la causa: vincere, quindi, non significa necessariamente ottenere sempre il rimborso delle proprie spese legali.

Se la compensazione è parziale, invece, solo una parte delle spese viene compensata, mentre per la quota restante continua a valere il principio della soccombenza. Per esempio, se il giudice liquida 4.000 euro di spese e ne compensa il 50%, la parte che ha perso potrà essere condannata a rimborsare alla controparte soltanto i restanti 2.000 euro.

Il giudice, tuttavia, non può decidere liberamente di compensare le spese solo perché ritiene questa soluzione più equa. La legge individua specifiche situazioni che possono giustificare questa scelta. Una delle più frequenti è la soccombenza reciproca, che si verifica quando entrambe le parti risultano, almeno in parte, sconfitte. Per esempio, una persona chiede al giudice un risarcimento di 100.000 euro fondato su più domande o pretese e ne vede accolte soltanto alcune. In questo caso, a seconda della struttura delle domande e dell'esito complessivo del giudizio, può configurarsi una situazione di soccombenza reciproca.

La compensazione può inoltre essere disposta quando la controversia riguarda una questione assolutamente nuova, sulla quale mancano riferimenti giurisprudenziali consolidati, oppure quando si verifica un mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni decisive per la causa. Infine, possono assumere rilievo altre analoghe gravi ed eccezionali ragioni. Non è però sufficiente un generico richiamo all'equità o alle caratteristiche della controversia. Il giudice deve indicare nella sentenza le ragioni che giustificano la compensazione.

La compensazione rappresenta quindi una deroga alla regola generale secondo cui chi perde rimborsa le spese a chi vince. Ed è importante precisare che riguarda il rapporto tra le parti del processo vale a dire che, anche quando le spese vengono compensate, ciascun cliente resta tenuto a pagare il proprio avvocato secondo quanto concordato con il professionista.

Cosa succede se si vince ma la controparte non paga?

Ottenere una sentenza favorevole e la condanna alle spese a proprio favore non è sempre garanzia automatica di incasso immediato. Infatti, può capitare che la parte soccombente si rifiuti di pagare spontaneamente. In questo caso chi ha vinto potrà avviare un'azione esecutiva (come la notifica di un atto di precetto o il pignoramento di conti correnti, stipendi o beni) per recuperare materialmente il denaro, sempre affidandosi al supporto del proprio legale.

Perché è importante comunicare con il proprio avvocato

In sintesi, capire chi paga le spese legali in caso di sconfitta è una questione che dipende da diversi fattori visto che, ad esempio, come abbiamo spiegato in precedenza, il giudice può decidere per la compensazione quando ricorrono circostanze particolari.

Proprio per questo è fondamentale affrontare qualsiasi contenzioso con le idee chiare, affidandosi a un avvocato per valutare con attenzione i rischi, le opportunità e la strategia migliore, soprattutto durante il primo incontro. 

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